Si allarga il "club degli amici della Russia"

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clubamicirussiaC’è un piccolo particolare che colpisce del linguaggio di Vladimir Putin: quando parla di altre nazioni le definisce sempre “i nostri partner”. Ma a quali nazioni si riferisce? Non solo alla Bielorussia, che rimane legata a Mosca da un passato comune e da una proficua prospettiva di collaborazione. Non solo alla Cina e all’India (grandi colossi emergenti dei BRICS che sempre più spesso esprimono nelle questioni del mondo una posizione simile a quella russa). No, Vladimir Putin parlando di “partner” si riferisce anche agli USA: la superpotenza che dopo il 1989 si era abituata a sentirsi unica dominatrice del mondo, giudice inappellabile delle controversie internazionali.

Per Mosca, le altre nazioni, anche quando si attraversa una crisi passeggera, rimangono “partner”, non nemici mortali e neppure popoli moralmente inferiori da giudicare in nome di una superiorità autoproclamata. In effetti gli USA e la Russia sono partner nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e alla ideologia dell’unipolarismo, Putin risponde sempre con l’idea che le grandi questioni devono essere giudicate con calma, in maniera collegiale, con la pazienza della diplomazia. Questa convinzione ha favorito la rapida ripartenza del dialogo tra Lavrov e Kerry e speriamo che il filo del dialogo si dipani ben al di là delle formali cortesie di circostanza.

L’epoca dell’unipolarismo è finito ed è forse giunto il momento che si torni alla civiltà del diritto internazionale: quel diritto sancito parecchi secoli fa con il trattato di Vestfalia, a conclusione di un lungo e tormentato periodo di guerre in Europa.

Stupisce la capacità di Putin di stabilire reti di alleanze, articolando il discorso in una maniera che sia comprensibile e condivisibile dall’interlocutore di turno.

Circola in questi giorni in rete una cartina pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso-Repubblica che prefigura lo scenario di come potrebbe essere l’Europa tra qualche anno. Il titolo è un po’ “allarmistico” e recita: “L’incubo di Obama: Eurussia”. Chi segue la nostra piccolissima attività di impegno intellettuale sa che patrociniamo un progetto denominato Eu-Rus, per l’integrazione culturale tra Europa e Russia. Ora notiamo che l’aggettivo “eurusso” viene adoperato da analisti, anche abbastanza lontani dalla nostra posizione. Non è il caso di invocare i diritti d’autore, piuttosto ci rallegriamo per un concetto che comincia a diffondersi.

Vediamo quale situazione descrive la cartina: viene prospettata una futura “Unione Russa” che include la Bielorussia e anche l’Ucraina. Chi ha pensato quella cartina sa bene che il rivolgimento operato a Kiev è contro la tradizione del popolo ucraino, contro i suoi reali interessi economici e geopolitici, per questo non può fare a meno di ipotizzare che in breve tempo l’Ucraina ritorni a una politica di solidarietà pan-russa. Potrebbe già avvenire alle prossime elezioni che si svolgeranno secondo regole di democrazia sostanziale…

Al di là della collocazione ucraina, interessante è l’ampia fascia di paesi europei che vengono definiti come membri di un “Club Amici della Russia”: e sono la Grecia (ovviamente, in nome della solidarietà ortodossa), la Serbia (in maniera altrettanto ovvia in nome della solidarietà ortodossa-slava), e poi ci sono le grandi democrazie dell’Europa Occidentale: paesi che rappresentavano i pilastri della NATO sul vecchio continente e che oggi scoprono in maniera sempre più convinta le ragioni del dialogo con la Russia non più nemica. Entrano in questo club l’Italia, la Francia, la Germania. In particolare tra Germania e Russia i “cartografi futuristi” disegnano un arco che va da Berlino a Mosca denominato “Asse eurusso in fieri”.

Dal momento che l’arco parte da Berlino forse il termine “Asse” non è il più felice…Dovessero mai arrabbiarsi i sinceri democratici di Svoboda e Pravy Sektor che dell’Asse di 70 anni fa sono schietti estimatori!

Ad ogni modo asse o non asse, la cartina disegna un dato di fatto. L’Europa nelle sue classi dirigenti più consapevoli tende a rifiutare il diktat delle sanzioni contro la Russia. C’è la convinzione che queste sanzioni si rivelerebbero – qualora applicate – un boomerang contro le nostre esportazioni, contro la nostra politica energetica. Ma non è solo una questione di interessi! Le immagini e i suoni della crisi orientale sono stati eloquenti: a Kiev è avvenuto uno strappo violento; a Sebastopoli il ritorno della Crimea alla Russia è stata una festa di popolo. Una autentica festa di democrazia.

Nessuno ha interesse al ritorno della cortina di ferro e soprattutto nessuno può credere che una nuova guerra fredda possa essere l’ideale regolativo della politica estera dei paesi europei in questo inizio di Ventesimo Secolo.

Alle sanzioni hanno detto apertamente no paesi della NATO come la Repubblica Ceca e l’Ungheria, ma sostanzialmente hanno espresso un diniego anche le cancellerie di Berlino e Roma. Ne siamo soddisfatti.

L’Ungheria dicevamo: è stata tra le prime a respingere la politica sanzionatoria e nella cartina compare in rosso come aderente al Club Amici della Russia. E’ un caso significativo. Si è detto che nella crisi europea molto ha pesato la terribile storia del Novecento, dalla rivoluzione bolscevica in poi.

Sono stati citati, spesso anche in maniera un po’ approssimativa dati storici. Si è detto delle truppe tedesche che in odio al comunismo furono accolte a braccia aperte a Kiev nel 1941, ma ci si dimentica di aggiungere che quando Bandera provò ad autoproclamarsi capo di una Ucraina indipendente i cari alleati nazisti lo sbatterono in prigione (…). Si cita l’Holodomor la terribile carestia programmata degli anni Trenta, ma si dimentica di dire che essa non fu affatto uno “sterminio su base etnica” e vide la partecipazione attiva di comunisti ucraini come Krusciov, futuro leader dell’URSS e artefice del capriccioso trasferimento della Crimea dalla Russia all’Ucraina.

Ora, alla luce di questi problemi del “passato che non passa”, il caso dell’Ungheria rappresenta un esempio significativo. Perché noi sappiamo cosa accadde nel 1956: rivolta ungherese, intervento sovietico (erano sempre i tempi di Krusciov…). E tuttavia Vladimir Putin, capo di una nazione che non rinnega nulla di ciò che in positivo è stato fatto in settanta anni, ma che volta pagina rispetto all’epoca sovietica, ha negli ultimi tempi intrecciato rapporti proficui di collaborazione con il presidente dell’Ungheria Orban. E sappiamo che anche Orban è orgoglioso depositario della tradizione storica (per certi aspetti difficile) del suo grande paese centroeuropeo. Quando non ci sono interventi perturbatori, le nazioni europee trovano facilmente il filo del dialogo: tutta l’Europa comincia oggi a parlare una comune lingua continentale. E questa ricomposizione continentale dell’Europa, prego, non sia vista come un incubo da nessuno, ma semplicemente come la grande opportunità del XXI secolo!


Alfonso Piscitelli


Fonte: RUSSIA.IT