Il principio di reciprocità per capire l'Ucraina

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Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo racconto del nostro sostenitore Andrea Cavalleri.

 

Per una comprensione delle relazioni umane è fondamentale la capacità di valutare la situazione dal punto di vista dei vari soggetti implicati, la cosiddetta attitudine a “mettersi nei panni degli altri”.

Un esempio ben noto, per cui è stato invocato il principio di reciprocità, è quello dei rapporti con l'Islam, che in Europa rivendica la costruzione di moschee mentre nella feroce dittatura dell'Arabia saudita non solo non possono esistere chiese, ma addirittura i turisti non possono entrare recando con sé un Vangelo o un simbolo religioso, pena l'arresto. Giustamente è stato detto che non ha senso intrattenere rapporti così squilibrati e che le aperture o chiusure alla cultura e alla religione altrui devono essere reciproche.

Ebbene, ciò che vale per la religione e la cultura vale a maggior ragione per la politica.

Ora abbiamo una situazione in Ukraina del tutto paradossale, in cui non solo lo squilibrio dei rapporti è totale, ma le rivendicazioni procedono costantemente contro la parte svantaggiata, con una determinazione unilaterale degna dell'integralismo islamico.

Per capire quanto sto affermando devo riassumere un po' di fatti, cercando di limitarmi a un'estrema sintesi.

Il 20 febbraio 2014 una sanguinosa insurrezione popolare rovescia il governo Yanukovic, che, dopo aver soppesato vantaggi e svantaggi, aveva scelto una più stretta collaborazione economica con la Russia, piuttosto che l'incerta integrazione con la UE. In quell'occasione lo scontro fu provocato da cecchini che spararono sia sulla folla sia sulla polizia, come riferito dal ministro estone Urmas Paet al capo della diplomazia europea Catherine Ashton, rivelando così che una parte, certamente non  governativa, aveva aizzato le folle alla violenza.

Di conseguenza venne istituito un governo non eletto e totalmente illegale, a capo del quale fu messo l'uomo che, già mesi prima, era stato prescelto dalla vice segretaria di Stato degli USA, Victoria Nuland. Costei aveva anche dichiarato nel dicembre 2013 al National Press Club di Washington, che “gli Stati Uniti hanno investito 5 miliardi di dollari al fine di dare all'Ucraina il futuro che merita” (futuro che stiamo constatando, di sangue e miseria).

Poiché la popolazione ukraina è nettamente divisa in due componenti, culturali e linguistiche, l'una (quella occidentale) di nazionalità propria e l'altra (quella orientale) di nazionalità russa, è avvenuto che i russofoni non accettassero di sottomettersi ai golpisti di Kiev. I più fortunati, cioè gli abitanti della Crimea, sono riusciti a riunirsi con la madrepatria russa tramite un referendum, mentre i più sfortunati, cioè gli abitanti delle province nordorientali, hanno reagito al governo centrale che tentava di sottometterli con la forza, entrando in una guerra civile.

Dato che, fin ora, gli scontri militari sono stati favorevoli agli insorti e questo nonostante l'apporto di aiuti esterni (ad esempio a Mariupol è stata comprovata la presenza di sei ufficiali NATO), il governo di Kiev, appoggiato dal  partito neonazista “svoboda” ha fatto ricorso al terrorismo contro i civili, con stupri, torture e invio delle teste mozzate dei caduti ai familiari, tramite pacco postale.

Non bastando neppure questo, la giunta di Kiev, che ormai si è ridotta a un teatro di marionette di Washington con tanto di ministri americani, è passata alla narrativa orrorifica, sperando di trovare una scusa per coinvolgere direttamente la NATO nel conflitto. Da qui le accuse di invasione russa (che persino la Casa Bianca ha dovuto smentire suo malgrado, tanto erano state formulate in modo inverosimile) e l'oscuro affare dell'abbattimento del Boeing malesiano. A questo riguardo, i media occidentali si sono affrettati a strillare che erano stati i ribelli del Donbass e con un crescendo rossiniano sono arrivati a dire che “Putin ha abbattuto un aereo civile”. Naturalmente gli accusatori non hanno esibito uno straccio di prova, anzi hanno distrutto delle prove, come i tracciati delle torri di controllo ukraine, e insabbiate altre, come le scatole nere dell'aereo, recuperate, poi affidate a una commissione da cui è stata esclusa la Malaysia e a cui partecipa Kiev (!) e su cui è calato un altissimo silenzio. Comunque sia, in nome di una non meglio specificata “aggressione russa all'Europa” Obama ha chiesto e ottenuto sanzioni economiche contro la Russia (sostanzialmente estranea ai fatti) e l'ha classificata come: “seconda minaccia all'ordine e stabilità internazionali, dopo il virus ebola”, mentre un funzionario della CIA invocava direttamente l'omicidio di Putin.

Per provare a comprendere il significato e la portata di questi atteggiamenti e di queste provocazioni bisogna provare a immaginarle a parti invertite.

Supponiamo dunque che in uno stato sovrano, limitrofo e tradizionalmente alleato degli USA, scoppi una guerra civile. Prendiamo ad esempio il Canada, dove una rivolta di piazza dei francofoni finisca nel sangue a causa di cecchini che hanno sparato sia sui manifestanti che sulla polizia.

Ne segua un golpe e il governo illegale voglia rompere i trattati con l'America per accordarsi e allearsi con la Russia. E che di fronte alle rimostranze dei cittadini anglofoni, i francesi di Ottawa rispondano tentando di sottometterli con la forza.

Supponiamo che Lavrov dicesse: “Abbiamo speso cinque miliardi di rubli per dare al Canada il destino che si merita”; supponiamo che i francofoni (magari rappresentati da un partito neonazista) eseguissero azioni terroristiche sui civili di lingua inglese, con l'ausilio di ufficiali russi; immaginiamo un governo canadese in cui il premier fosse stato indicato mesi prima dai responsabili del Cremlino e di cui facessero parte ministri con passaporto russo; pensiamo se la British Columbia (per scampare alla guerra) facesse un referendum per unirsi agli Stati Uniti; come verrebbero interpretate queste azioni, cosa direbbero i media?

E se un aereo malaysiano fosse abbattuto sul territorio canadese, qualcuno direbbe: “È stato Obama?” E se a fronte di tutto questo la Russia chiedesse sanzioni economiche contro gli Stati Uniti, chi la prenderebbe sul serio? E se un funzionario del KGB invocasse l'omicidio di Obama, non si griderebbe allo scandalo?

Questi confronti sono già eloquenti, ma esiste ancora un aspetto della questione che è, se possibile, più grave. Si tratta della volontà di includere l'Ukraina nella Nato, che porterebbe a schierare truppe ostili nel “giardino di casa” dei Russi e piazzare missili puntati contro di loro. Questa eventualità corrisponde esattamente alla crisi dei missili di Cuba del 1962, che fu giustamente considerata dagli Americani una provocazione intollerabile e che li portò a un passo dalla guerra nucleare.

E la situazione adesso è tanto più sbilanciata in quanto, alla fine della guerra fredda, il Patto di Varsavia è stato sciolto, mentre la NATO no, quando l'uno e l'altra erano sorti in funzione vicendevolmente difensiva.

Ma da chi ci deve difendere oggi la NATO? Se guardiamo a chi ha condotto il maggior numero di guerre negli ultimi trent'anni, e le più devastanti, bisognerebbe concludere che la NATO ci deve difendere da se stessa.

Eppure, con un'improntitudine inossidabile, la narrativa corrente ci dice la NATO è buona, gli altri no, missili in Ukraina sì, missili a Cuba no, autodeterminazione del Kosovo sì, della Crimea no, ribelli libici sì, ribelli ukraini no, ministri americani a Kiev sì, indipendenza dagli Stati Uniti no: non è democratico.

Questo doppiopesismo ottuso, ostinato e unilaterale non può essere spiegato se non in base all'attitudine americana di concepire la politica internazionale nell'unico interesse dell'egemonia statunitense e alla sconcertante (e avvilente) attitudine europea, di concepire  la politica internazionale esattamente nello stesso modo: cioè nell'unico interesse dell'egemonia statunitense.

Le radici di queste politiche stanno nella teoria dell'eccezionalità degli USA e della loro missione messianica nel mondo, che alla fin fine si concretizza nel fare od organizzare guerre più o meno terroristiche a casa degli altri, come e quando vogliono.

Eccezionalità e missione di cui il mondo è decisamente stanco e di cui farebbe volentieri a meno.

Di Andrea Cavalleri